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NITRATI, AL VIA LA PROCEDURA D'INFRAZIONE

Nitrati, al via l’iter della procedura d’infrazione.
L’Italia deve rispondere entro il 9 marzo alla lettera di messa in mora della Commissione europea per il mancato rispetto della direttiva Ue sulla protezione delle acque da nitrati di fonte agricola.
Tutte le Regioni, a eccezione di Valle D’Aosta e delle province autonome di Trento e Bolzano, dovranno rispondere alla Commissione europea che sulla base del quadriennio 2012-2015 (e del confronto con quello precedente), ha messo in mora l’Italia per il mancato rispetto della direttiva Ue sulla protezione delle acque da nitrati di fonte agricola. È iniziato così l’iter della procedura d’infrazione 2249 del 2018 e in questo caso gli addebiti più gravi sono tutti a carico di alcune regioni del Sud-Italia, mentre poco o nulla viene attribuito alle regioni del bacino padano, le più vocate per la zootecnia. Regioni come Basilicata, Molise, Calabria, Puglia e Sicilia sono tra l’altro chiamate in causa non tanto per i risultati del sistema di monitoraggio, ma per un’insufficiente o inesistente sistema di controlli.
La lettera di messa in mora della Commissione europea al nostro Paese è stata inviata il 9 novembre scorso assieme al documento con le motivazioni che sono stati poi trasmessi alle Regioni il 19 novembre scorso. L’Italia avrebbe dovuto rispondere entro 60 giorni dalla messa in mora, quindi entro il 7 dicembre, ma la scadenza è stata prorogata al 9 marzo.
I tre addebiti della Commissione Ue.
Entrando nel merito al nostro Paese vengono rivolti tre addebiti: innanzitutto viene valutata come insufficiente l’estensione della rete di monitoraggio dei nitrati nelle acque superficiali e sotterranee.
Viene inoltre contestata all’Italia una situazione di acque eutrofiche o ipertrofiche e che rischiano di superare i 50 mg per litro di nitrati, nelle aree non vulnerabili, quindi con l’implicita richiesta di aumentare le aree vulnerabili: questo dato riguarda il 63% dei punti di controllo.
Terzo punto è la mancata adozione di misure aggiuntive a quelle già previste da programmi di azione nelle zone vulnerabili. L’obbligo di designare aree vulnerabili scatta infatti quando si scaricano nelle acque dolci superficiali e nelle acque sotterranee più di 50 mg per litro di nitrati.
Riduzione delle stazioni di controllo delle acque.
Nel dettaglio delle responsabilità risultano mancare stazioni di controllo delle acque in cinque regioni: Basilicata, Molise, Calabria, Puglia e Sicilia. In particolare il documento della Commissione europea sottolinea che “l’assenza di stazioni di controllo nelle zone vulnerabili ai nitrati è particolarmente grave in Calabria a Basilicata”. In quest’ultima regione sono “scomparsi” i punti di controllo delle acque superficiali che nel precedente quadriennio avevano indicato concentrazioni elevate di nitrati e ne restano 13. In Calabria non esistono stazioni di controllo, in Molise sono 14, in Puglia 62, in Sicilia 86.
Per quanto riguarda le stazioni di controllo delle acque sotterranee le regioni che hanno fatto peggio risultano sempre Basilicata con 26 punti di controllo, Calabria con 24, e Puglia con 92.
Il numero delle stazioni di controllo a livello nazionale risulta diminuito del 5,2% nel quadriennio 2012-2015, ossia sarebbero scomparse 206 stazioni in meno su un totale di 8.776 complessive.
Sempre la Commissione scrive che “la scarsa densità e il numero di stazioni abbandonate incidono negativamente sulla possibilità di ottenute un controllo adeguate ed efficiente di attuazione della direttiva”.
Le zone vulnerabili non bastano.
Il 42% dei punti delle acque superficiali che contengono più di 50 mg per litro o considerati ipertrofici o eutrofici sono situati al di fuori delle aree vulnerabili mentre avrebbero dovuto essere classificati come tali. Ugualmente il 63% delle stazioni risultate ipertrofiche o eutrofiche è sempre al di fuori delle aree vulnerabili. Per quanto riguarda le acque sotterranee ad esempio Abruzzo, Puglia, Sicilia, Sardegna e Marche hanno rispettivamente 10, 16, 14, 15 e 19 stazioni di controllo che superano la soglia dei 50 mg per litro di nitrati.
Per quanto riguarda lo stato di acque eutrofiche o ipertrofiche al di fuori delle aree non vulnerabili   la prima regione è la Puglia con 27 stazioni non in regola, segue la Sicilia con 26, il Lazio con 25 e la Lombardia con 19. La Calabria non ha stazioni di controllo nelle aree vulnerabili.
Di conseguenza In base ai dati forniti dall’Italia nel periodo 2012-2015 le Regioni italiane “avrebbero dovuto - come sottolinea la Commissione europea, “designare ulteriori aree vulnerabili ai nitrati”.
Misure aggiuntive ai programmi d’azione.
Per l’inefficacia di misure aggiuntive a quelle di base stabilite nei programma di azione, che cercano di contrastare l’inquinamento da nitrati, anche la Germania è in procedura d’infrazione.
Per quanto riguarda l’Italia tutte le regioni hanno previsto nei programmi d’azione la costruzione di depositi per lo stoccaggio degli effluenti di allevamento, tuttavia alcune “presentano tendenze all’inquinamento delle rispettive aree vulnerabili”: la maglia nera va a Campania, Puglia, Marche, Sardegna, Lazio e coinvolge anche l’Emilia-Romagna a causa, come avverte il documento di “mancanza di misure adeguate” o di “un’applicazione inadeguate delle misure in vigore”.
Cosa prevede la direttiva Ue 676 del 1991 sui nitrati.
L’obiettivo della direttiva Ue è proteggere la qualità dell’acqua impedendo che i nitrati di origine agricola inquinino le acque sotterranee e superficiali. Agli Stati membri la Commissione europea chiede di individuare come aree vulnerabili quelle che contengono o potrebbero contenere più di 50 mg per litro di nitrati nelle acque superficiali e sotterranee o acque risultate eutrofiche.
Gli Stati membri e quindi le Regioni sono obbligatati a mettere a punto programmi d’azioni capaci di contrastare l’inquinamento da nitrati con misure di base. Nel caso in cui queste non siamo sufficienti occorrono provvedimenti aggiuntivi. I programmi d’azione devono essere rivisti ogni 4 anni e gli Stati membri devono valutare lo stato delle acque con sistemi di controllo dell’inquinamento da nitrati.
In Italia sono state designate aree vulnerabili in 18 regioni, un’area che vale il 13,4% del territorio nazionale e quasi il 30% della superficie agricola totale.
Le aziende agricole per adeguarsi alla direttiva hanno l’obbligo di non distribuire sui campi più di 170 chili di azoto l’anno per ettaro nelle arre vulnerabile, un quantitativo che sale a 340 chili nelle aree non vulnerabili. In Italia alcune regioni padane hanno ottenuto la deroga per arrivare ai 250 chili di azoto e ora deve essere rinegoziata per il prossimo quadriennio.
23 gennaio 2019

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